venerdì 26 novembre 2010

Laboratorio teatrale sulla rabbia, materia bollente _ diretto da Massimo Di Michele_ VENEZIA 17,18,19 dicembre


Il cammino che vogliamo intraprendere deve partire più che mai da noi stessi, procedere seguendo la strada del respiro: dall’esterno all’interno, arrivando alla soglia di una di quelle stanze che vengono aperte raramente, di quella regione dell’anima che pur ribollendo costantemente nel buio, non si spegne mai, anzi; spesso cresce, diventa potente e estremamente gravosa da portare. Il problema è che è difficile darle spazio, e raramente lei da sola trova il modo di venire alla luce in piena consapevolezza.
La rabbia.
È una materia bollente e scivolosa, difficile definire i suoi confini e le sue sfumature.
C’è un momento nella nostra vita in cui l’abbiamo davvero incontrata?
È un sentimento?
Un’emozione? È energia che distrugge o può anche creare?
Molti artisti in ambiti diversi hanno provato a sfruttarla in modo costruttivo, plasmandola a mani nude, o lasciandosi possedere da lei; cercando di metterla nero su bianco, dandole comunque, ma sempre a prezzo di una parte di sé, una forma. Pensiamo alla musica di Curt Cobain, a Guernica di Picasso, al lavoro chirurgico sulle fonti della propria ispirazione avviato da Louise Bourgeois.
Il nostro scopo sarà quello di capire in che modo possiamo servirci della Rabbia per creare, da soli sì, faccia a faccia con lei, ma anche insieme, facendola confluire nella voce unica e potente di un coro.
Invito ognuno di voi a portare un bagaglio, non solo di esperienze, ma anche concreto.

Un colore o un oggetto personale.
Un abito (un indumento qualsiasi, ma pieno di te).
Una parola o una frase o un testo scritti da te, che descriva o possa evocare la Tua Rabbia.

info e iscrizioni: imargini@live.it

giovedì 25 novembre 2010

es-tratto 1




Domenica 30 marzo 1986

Autocontrollo significa:
Non mostrare la tua freccia, idiota.
Non minacciare, stupida.
Non spaventare i cavalli.
Non far rollare le barche.
Non fare le bizze.
Non mostrare la tua gelosia.
Non far vedere quanto ci tieni.



Lunedì 30 giugno 1986

I simboli non sono che flaconi vuoti. Funzionano solo per quello che ci metti - i simboli personali rinviano a un alfabeto personale, la nostra unicità è tutto quello che abbiamo. L'immagine è sacra e non si dovrebbe rubare.

(da LOUISE BOURGEOIS "Distruzione del padre. Ricostruzione del padre. Scritti e interviste.")

intro a margine


Chi lavora con l’Arte non si può accontentare di essere un professionista, di avere imparato un mestiere e saperlo fare nel miglior modo possibile. Chi lavora con l’Arte, a qualsiasi disciplina appartenga, non è mai soddisfatto completamente e non si sazia mai di alcun merito o facile successo. L’inquietudine che lo possiede è inevitabile, come è inevitabile continuare a cercare la risposta a una domanda che non si riesce mai a formulare a se stessi con sufficiente, definitiva, chiarezza. Ma come recita il celebre adagio, “non è la meta a contare davvero, ma il viaggio per raggiungerla”. Ima®gini nasce innanzitutto da questa consapevolezza, e dal bisogno concreto e  insopprimibile che ne consegue: la necessità di percorrere questa lunghissima strada perché solo il cammino permette di crescere, come persone e come artisti.

La prima cosa che sappiamo: non ci si può nutrire solo di se stessi per crescere.
La seconda cosa: l’Arte non è qualcosa di puro.

Per questo la chiave di volta del nostro progetto comune è la contaminazione. L’arte contemporanea in particolare si fonda sull’incontro e lo scontro tra materie differenti, apparentemente persino inconciliabili, perché il suo cibo è la realtà,  spesso la denuncia, raramente l’intimo del suo autore, sterile se fine a se stesso. La sua lingua usa gli alfabeti di Recitazione, Musica, Pittura, Danza, Fotografia, misteriosamente mischiati, con risultati più o meno efficaci, certo, ma pur sempre pregevoli dal momento che tentano di percorrere nuove strade, di comunicare in modo sempre più chiaro il loro Messaggio, mutevole, almeno quanto il pubblico a cui è diretto. Il nostro intento finora è stato quello di superare il divario tradizionalmente attribuito a queste diverse discipline, creare momenti e situazioni in cui la creatività è la chiave privilegiata e indiscutibile di uno scambio effettivo tra gli artisti e il pubblico. I margini di solito sono i limiti, e quale modo migliore di superare il limite che diventare il limite stesso? Senza badare al pericolo che può nascondere la terra incognita, ma anzi traendo da esso lo stimolo per trovare una lingua nuova? In questo senso il margine diventa più che il confine tra due diversità un punto di incontro e confronto, una zona franca in cui non esistono regole già note e preconcetti, ma solo il desiderio di comunicare attraverso un nuovo medium tutto da scoprire.